mercoledì, 22 luglio 2009
Alcuni giorni fa, il Corriere della Sera, nella pagina Cultura, pubblicava un articolo del Prof. Umberto Veronesi, dal titolo suggestivo: Predestinati alla bontà, dai nostri geni - Generosità e altruismo sono sentimenti innati nella specie umana
 
Ho trovato questo articolo molto interessante e provocatorio per la nostra attuale “filosofia sull’edonismo e sul comportamento dell’essere umano”, per la maniera in cui sviluppa la questione sulla base di ricerche ed ipotesi suggestive rispetto all’ortodossia laica,  ma forse questa teoria, per noi tutti, potrà risultare più gradita.
 
Non mi sento destabilizzato intellettualmente davanti a questo teorema filosofico/scientifico, ma  razionalmente coinvolto per la mia attuale ricerca sulle radici preistoriche della cultura sociale dell’ “homo”, in particolar modo sui comportamenti sociali e religiosi (Dea Madre, matriarcato, mutualità sociale…ecc).
Ma non posso negare che, intriso di una cultura umanistica critica, anche se basata sull’illusione dell’ottimismo, mi trovo davanti ad un bel dilemma.
 
·         Avrà ragione Plauto quando si esprime con l’espressione a noi nota “Homo homini lupus” (letteralmente "l'uomo è un lupo per l'uomo"), pensiero ripreso poi nel XVI secolo dal filosofo inglese Thomas Hobbes, per il quale “la natura umana è fondamentalmente egoistica, e a determinare le azioni dell'uomo sono soltanto l'istinto di sopravvivenza e di sopraffazione” (affermando  semplicemente l’impossibilità che l’uomo possa sentirsi spinto verso il suo simile in virtù di un amore naturale)…e tutto il pensiero conseguente dove viene riconosciuta una caratteristica per cui l’uomo si trovi in continua conflittualità nel sistema “uomo”.?
 
·         avrà ragione il prof. Veronesi nel suo interessante articolo?
 
Il prof. Veronesi prendendo spunto da numerosi ricercatori e studiosi sviluppa una teoria completamente opposta, facendo le seguenti considerazioni.
“L'uomo per sua natura è sempre sta­to animato da un senso di genero­sità e di altruismo. Se gettiamo uno sguardo alle nostre origini, scopriamo che nel processo evolutivo degli es­seri viventi la selezione della specie umana ha rappresentato un elemento di rottura. Quando le condizioni non erano idonee alla vita, so­prattutto alla vita dei più deboli, delle donne e dei bambini, l’uomo le ha trasformate: il fuo­co, i ricoveri, le semine per fare scorta di cibo sono state altrettante sfide che l’uomo primiti­vo ha lanciato alla pura e semplice selezione naturale. Ad animarlo in queste lotte era un senso anche di altruismo verso il prossimo più debole e inerme, la capacità di distinguere ciò che era giusto e ciò che non lo era. “
 
E a supporto di questa sua considerazione prende a riferimento vari ricercatori, e scrive che…
 “secondo l’antropologo Donald E. Brown, dell’Università della California, alcune dispo­sizioni d’animo, cioè quella che noi chiamia­mo bontà, generosità ecc…hanno sempre albergato nel cuore dell’uo­mo, anche quello delle caverne. Che era fon­damentalmente un animo buono e pacifico. “
……
 “Il filosofo Jean-Jacques Rousseau ci ricorda che la guerra è un concetto che non concerne direttamente il rapporto degli uomini tra di lo­ro. Tra semplici uomini non c’è guerra, ma so­lo contrasto.”
 
 Poi il prof. Veronesi sviluppa il suo articolo affermando che:
“Da alcuni decenni, soprattutto dopo la sco­perta del Dna, la scienza della moderna geneti­ca molecolare e l’antropologia delle più avan­zate teorie evoluzionistiche cercano di dare una risposta ad alcune domande fondamenta­li: dove nasce il nostro senso della bontà? per­ché siamo buoni? e come sappiamo discerne­re ciò che è bene da ciò che è male? Sono do­mande a cui anche l’etica, la filosofia, la religio­ne hanno cercato di dare risposte, spesso par­ziali, spesso fideistiche. ..
…….
Gregory Berns, professore di psichiatria alla Emory University di Atlanta,.. ha scoperto che quando le persone mettono in atto comporta­menti altruistici nel loro cervello aumenta il flusso di sangue proprio nelle aree che vengo­no attivate dalla vista di cose piacevoli,…
…….
Carlo Matessi, dirigente di ricerca dell’Istitu­to di genetica molecolare del Cnr di Pavia, dà una spiegazione biologica, che si basa sull’evo­luzione della specie: l’altruismo dell’uomo at­tuale sarebbe ancora quello che ha sviluppato l’Homo sapiens sapiens o qualcuno dei suoi discendenti dell’epoca del Paleolitico. Un altru­ismo innato e un’esigenza altrettanto primor­diale di giustizia…
…..
Ha una tesi non dissimile Steven Pinker, professore di psicologia dell’Università di Harvard e afferma..: «Il sen­so morale non deriva dalla religione che ci viene inculcata; i principi morali che ciascu­no sente di rispettare sono pre-programmati nel nostro cervello fin dalla nascita e hanno basi neurobiologiche»…
 
Idee condivise da molti atri studiosi contemporanei e, come ribadisce nell’articolo, lo stesso prof. Veronesi ha sempre creduto, e ..
cioè che alcuni principi morali sono univer­sali, scavalcano le barriere geografiche e cultu­rali e religiose.”
 
Ribadendo di seguito:
“Le risposte sono pressoché univoche, indipendentemente dal­la fede religiosa o meno degli intervistati, dal loro grado di cultura e dallo stato economico, dall’età e dal sesso. A dimostrazione, come so­stiene Hauser, che alla guida dei nostri giudi­zi morali c’è una grammatica morale univer­sale, una facoltà della mente che si è evoluta per milioni di anni fino a includere un insie­me di principi che tutti ritengono giusto ri­spettare. Esiste insomma un sesto senso, quello della morale, un organo complesso con precise basi neurologiche che può essere attivato e disattivato al pari di un interrutto­re.”
 
E conclude con un speranza/certezza:
“È vero che il gene della bontà non è stato ancora scoperto, ma il senso del bene e dell’al­truismo è iscritto nei nostri geni.”
Mi sembra tutto ciò argomento di profonda riflessione, forse fino alla scoperta del gene rimarrà soltanto una discussione di opinioni, ma certo è che, al di là della verità, il pensare di essere più buoni di quanto creduto, ci faccia estremamente piacere.
 
Quale è la vostra opinione in proposito? parliamone!!!
 
In un periodo vacanziero, dove l’effimero regna spesso accanto la bisogno di non pensare, mi sembra invece una occasione per rifletterci e discuterci sopra.
Se non durante le vacanze, facciamolo almeno al ritorno, riprendendoci quella bella voglia di confrontarci liberamente.
Buone vacanze a tutte/i…
  
[articolo pubblicato il 20 luglio scorso su Corriere della Sera, che si può consultare integralmente tramite il seguente link:
 


(Manet - Déjeuner sur l'erbe)

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Redatto da: DomusLaurentii alle ore 11:47 P.link commenti (13)
categoria:sociologia, filosofia, antropologia, riflessione

martedì, 14 aprile 2009
Ho avuto la possibilità durante la mia vita di conoscere alcuni grandi eventi tellurici  in Italia, come il Belice, la Tuscia, il Friuli, l’Irpinia, l’Umbria e in ultimo il mio Abruzzo.
Anche per la mia natura di uomo dalle origini di terre sismiche, e per i miei studi ho sempre vissuto il Sisma come evento sempre presente (potenzialmente), e quindi di percezione e di confronto, in termini di sopravvivenza e di struttura.
Da sempre sono convinto che la natura non è nemica dell’uomo, ma madre, e meritevole di rispetto nel suo movimento millenario nella ricerca di un equilibrio, e la giusta considerazione di questo renderebbe il rapporto di convivenza non una frustrazione, non impossibile, anche se complesso.
Ma quando nel terzo millennio, succede quello che è successo in questi giorni, case sbriciolate, strutture fragili, morti per incapacità di affrontare l’evento nella giusta considerazione, resto stupefatto.
L’uomo resta ancora il peggiore nemico di se stesso.
Ci sono mezzi, cultura, metodi per evitare ciò.
Ma tutto è reso vano da questa imperizia, che sembrerebbe dovuta ad una stupido senso di onnipotenza.
Sembra quasi che il libero arbitrio non sia adatto ancora per quest’uomo ancora immaturo, ed il “carpe diem” viene stravolto nel piacere dell’attimo, si, ma nel piacere cieco e fine a se stesso.
Poi tutto si incanala nel qualunquismo, in discussioni strumentali sui media, sulla ricerca del colpevole dal colore politico o della simpatia, senza andare in fondo al problema.
Il senno del poi.
Su un campo dove c’è la sufficiente conoscenza per affrontare il problema, e dove è più facile intervenire e prevenire di quanto si possa pensare, basta vedere quella bella villetta di Onna, che malgrado la distruzione che l’ha circondata è restata intatta e fiera.
Manca ancora la coscienza della vita, quella vera, filosofica o antropologica che sia.
Servirà questo terremoto ad insegnare qualcosa?
Spero proprio di si.
Anzi ne sono convinto.
Si è visto che il cellulare, internet, il digitale terrestre, le paraboliche, l’Ipod possono essere spazzati via in 20 secondi.
Pretendiamo quindi che la nostra vita sia salvaguardata, vegliando sulla nostra e su quella degli altri, e rinnegando il facile perbenismo e il "brillante" professionismo.
Riprendiamoci la nostra vita.
Quella vera, quella che dipende dalla natura e dalla buona convivenza con essa.
I mezzi per poter colloquiare con Lei ci sono, e sono sufficienti.
E' una semplice faccenda di rispetto.



terremoto governo

(immagine presa dal web)

 

Redatto da: DomusLaurentii alle ore 17:05 P.link commenti (10)
categoria:natura, catastrofi

giovedì, 08 gennaio 2009
Durante la discussione precedente (sull’opinione) è venuto fuori, casualmente, il discorso sulla poesia, e in particolare dell’importanza del ritmo, della melodia, della metrica nella poesia che permette a questo testo di avere la luce di un testo poetico appunto.
Sulla poesia e sulla versificazione di un testo poetico mi sono confrontato nei vari forum e nel sito Scrivere, all’inizio del mio pubblicare in rete, ed anche qui voglio sollecitare la discussione su questo tema, riprendendo un po’ quello già accennato nel precedente argomento, ovvero "che il rapporto tra chi legge e chi scrive poesia oggi i Italia è circa di uno a mille".

Si scrive molto!…troppo?

Ma è poesia?

Ma la poesia?

Un saggio di cui non ricordo il titolo, ne l’autore, affermava al quesito “cosa è la poesia?”, che “la poesia è un testo che va a capo prima che sia finita la riga.
È tutto e niente, chiaramente, ci deve essere qualcosa altro.
Ma sicuramente questa definizione è d’effetto, ed ha una sua verità.

Forse come dice Francesco Stella nel suo libro “Scrivere poesia” la poesia è un modo speciale di descrivere la realtà, in grado di cogliere aspetti della vita e collegamenti fra le cose che altre discipline non possono immaginare e trasmettere se non parzialmente…e ciò tramite un uso particolare del linguaggio: il linguaggio poetico…pieno di magia non accessibile ad altri mezzi di comunicazione….il primo segno distintivo di questo linguaggio è il verso..”

Oltre chiaramente al lessico, alla struttura sintattica, alle figure retoriche

Ma restiamo al verso.
La versificazione è uno degli elementi importanti del linguaggio poetico.
Da cui il ritmo, e la melodia della poesia.
Ecco il dilemma.
Da quello che io ho imparato in questo tempo di “poesia” che ci sono quattro modi di fare versi (cioè, detto semplicemente come l’autore di cui faccio riferimento, quattro modi di interrompere la riga e andare a capo!!!!):

  • regolati (detti anche chiusi), ossia i versi che contengono un numero regolare di sillabe e/o di accenti;
  • sintattici, ossia versi che contengono ciascuno un’ unità sintattica compiuta ( o una porzione, ma ben definita);
  • respirati, ossia versi che tentano di ripetere il ritmo e le pause del discorso parlato, o del testo letto, del respiro insomma;
  • categorici, ossia versi, nei quali c’è una necessità di andare a capo preminente a tutto l’altro, ed in particolare del contenuto del verso stesso.
 
È abbastanza complesso, ma chiaro.
Al sentire “lo sgorgare” dell’intuizione poetica….
Ora fossilizzarsi su un metodo o un altro mi sembra cha vada a penalizzare la poesia stessa, che è canto di vita e di libertà espressiva.
La poesia che intendo io, umile viaggiatore nel bosco delle opinioni.
Io mi sento nella “contemporanea” perché cerca tramite forme semplici, ed avvicinabili, il filo con la vita.
Io ritengo, ma resta una mia opinione, che l’esercizio forzato letterario, lo studio esasperato della tecnica espressiva, la preoccupazione eccessiva della forma si sono non di rado frapposti in tutte le età allo spontaneo, fondamentale bisogno dell’accodo tra arte e vita, che è l’unico germe da cui sboccia l’autentica e originale poesia.
Ehi…mica è verità incontrovertibile!!!!
È la mia visione!!!!
E questo però nella condizione, che bisogna conoscere anche tutto l’altro, e che bisogna studiare, poesia, letteratura e ancor di più, la lingua madre.

E il lessico.

Ritengo che prima di tutto serve l’amore per la propria lingua, o per la lingua interprete delle nostre intuizioni, un ossessivo amore della propria lingua.
Chi non ama la sua lingua, non potrà mai scrivere poesie.
E amare significa studio, dedizione, fedeltà, curiosità.
La parola.

Affermava Emily Dickinson “Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola: a volte ne scrivo una. E la guardo, fino a quando non comincia a splendere.”
 
Questo è solo uno spunto..
Parliamone….se vi va.



Erato e Urania
("Erato e Urania" dipinto di Sebastiano Conca)
Redatto da: DomusLaurentii alle ore 19:29 P.link commenti (36)
categoria:letteratura

martedì, 02 dicembre 2008
Non è la prima volta che affronto questo argomento.

Ritengo che sia opportuno porlo ora anche qui nella Domus, che è luogo di discussione, e che dopo nove mesi di attività, si possono trarre alcune conclusione.
Una delle conclusioni evidenti, che riguarda il mondo web in generale, e che mi crea qualche perplessità è la seguente:

è più facile scrivere una poesia che esprimere un' opinione

è più facile scrivere un racconto che fare un commento articolato
 
in particolare la poesia: "il rapporto tra chi legge e chi scrive poesia, oggi in Italia è circa di uno a mille "(introduzione al libro di Alberto Bertoni – La Poesia)
quindi prima di tutto c’è un problema di lettura e poi di opinione…
eppure vedo una miriade di autori e autrici che scrivono “ a tema”..
e allora?
Perché si ha difficolltà nel web di esprimere opinioni, dove dovrebbe essere in un certo senso più facile, meno "richioso"?
Arrivo ad una amara constatazione: si vive di luce propria.

C’è uno spiccato ego, in tutto questo, che sia per pigrizia, sia per superficialità, sia per disinteresse, porta molti a concentrarsi su stessi, e poco sugli altri..

E gli altri, e vivere gli altri, vuole dire, confronto in modo bivalente, discutere, conversare, e appunto esprimere opinione.

L'arte della disputa.

Confronto di opinione, nella pura essenza del libero pensiero
Mi sbaglio?


opinioni
   [immagine presa dal web]                
Redatto da: DomusLaurentii alle ore 21:28 P.link commenti (60)
categoria:sociologia, psicologia, riflessione

giovedì, 06 novembre 2008
Nel proseguo delle mie ricerche sul fenomeno donna, mi sono ritrovato nelle lettura della Bibbia, dove alcuni aspetti mi hanno inquietato e affascinato.
C’è una contraddizione nella visone della donna tra la maggior parte dell’ Antico Testamento e alcune pagine del libro stesso.
 
In particolare sono stato attratto in modo negativo, non solo da tutta una serie di storie di oltraggio alle donne, storie di sottomissione, di violenza, ma sono stato preso da alcuni stralci della prima parte della Genesi
 
 
Alla donna disse:
"Moltiplicherò
i tuoi dolori e le tue gravidanze,
con dolore partorirai figli.
Verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ma egli ti dominerà".
 
 
Sono versi incredibilmente violenti, da cui un universo di storia e di cultura è stata condizionata.
Il senso della sottomissione all’uomo e il senso della non reciprocità dei sensi.
 
 
E poi invece, come un raggio di sole appare una parte incredibilmente luminosa e positiva, Il Cantico dei Cantici, che qui riporto i passaggi più significativi e più interpretativi.
 
 
Titolo e Prologo
 
La sposa
[2]Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.
[3]Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi,
profumo olezzante è il tuo nome,
per questo le giovinette ti amano.
[4]Attirami dietro a te, corriamo!
M'introduca il re nelle sue stanze:
gioiremo e ci rallegreremo per te,
ricorderemo le tue tenerezze più del vino. “
A ragione ti amano!
…………………..
………………….
 
Pimo Poema
………………….
………………….
 
Lo sposo
[9]Alla cavalla del cocchio del faraone
io ti assomiglio, amica mia.
[10]Belle sono le tue guance fra i pendenti,
il tuo collo fra i vezzi di perle.
[11]Faremo per te pendenti d'oro,
con grani d'argento.”
…………………..
…………………..
 
Capitolo 3
 
[1]Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato
l'amato del mio cuore;
l'ho cercato, ma non l'ho trovato.
[2]«Mi alzerò e farò il giro della città;
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l'amato del mio cuore».
……………………….
………………………..
 
 
Cantico dei Cantici - Capitolo 4
 
Lo sposo
 
“[1]Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
[2]I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
[3]Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.
[4]Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
[5]I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.
[6]Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell'incenso.
[7]Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.
[8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell'Amana,
dalla cima del Senìr e dell'Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L'odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c'è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.
[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d'alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d'acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano. “
 
La sposa
[16]Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.
 
Cantico dei Cantici - Capitolo 5
 
Lo sposo
[1]Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.
Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi, o cari.
……………………………
……………………………
 
Quarto Poema
……………………………
……………………………
 
[4]Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio
e un fremito mi ha sconvolta.
[5]Mi sono alzata per aprire al mio diletto
e le mie mani stillavano mirra,
fluiva mirra dalle mie dita
sulla maniglia del chiavistello.
 
Capitolo 7
Lo sposo
……………………………..
…………………………….
coglierò i grappoli di datteri;
mi siano i tuoi seni come grappoli d'uva
e il profumo del tuo respiro come di pomi».
 
La sposa
[10]«Il tuo palato è come vino squisito,
che scorre dritto verso il mio diletto
e fluisce sulle labbra e sui denti!
[11]Io sono per il mio diletto
e la sua brama è verso di me.
[12]Vieni, mio diletto, andiamo nei campi,
passiamo la notte nei villaggi.
[13]Di buon mattino andremo alle vigne;
vedremo se mette gemme la vite,
se sbocciano i fiori,
se fioriscono i melograni:
là ti darò le mie carezze!
[14]Le mandragore mandano profumo;
alle nostre porte c'è ogni specie di frutti squisiti,
freschi e secchi;
mio diletto, li ho serbati per te».
…………………………………
………………………………..
 
 
 
 
Come potete vedere in questo testo appare tutta un’altra filosofia della vita e del rapporto amoroso.
In questo testo l’erotismo è eccezionale per un libro come la Bibbia, e le metafore molto spinte ad una carnalità di sapori e di odori
È tutto molto bello.
Ma perché tutto questo contrasto?
Secondo voi, perché la donna nella bibbia deve avere questa posizione di ripiego, chiaramente sottolineta in quei versi della Genesi?
O secondo voi, mi sbaglio?
Come ve la spiegate voi?
Parliamone, se ne avete voglia.
 
 

tentazione di adamo di buonarroti400
 "La tentazione di Adamo" di Michelangelo
Redatto da: DomusLaurentii alle ore 17:28 P.link commenti (39)
categoria:religione, storia

lunedì, 28 luglio 2008
“Il cristianesimo dette da bere ad Eros del veleno; costui in verità non ne morì, ma degenerò in vizio”
 
Questo passaggio che a prima vista sembra solo un gioco di parole, è invece una posizione intellettuale molto importante, è la posizione di Friedrich Nietzsche.
 
Questa definizione, la ritengo "provocatoriamente" interessante per comprendere il fenomeno erotico, e il suo essere non più naturale e intellettuale, ma ghettizzato spesso nel “peccato”, nella perversione, nella “vergogna”
 
L’avvento del cristianesimo, in effetti determina un grosso terremoto nel considerare L’Eros,non più dono della natura, percorso mitico, miracolo universale, estetica.
 
Penso che molte nostre posizioni, sull’eros, sull’amore, e come è stato rilevato in occasione della discussione sulla fedeltà, siano condizionate proprio da questa virata etico/religioso, condizionando la cultura e la morale di quasi duemila anni..
 
Siamo davanti alle vacanze, o ci siamo già, e farci trascinare alla riflessione su questo argomento può essere gradevole, proprio per interpretare meglio i fenomeni che ci circondano in una cornice più consona al valore stesso dell’Eros..
 
Se vi và…parliamone….
 
(approfitto di questa occasione, per salutare le amiche e gli amici, e per augurare loro una buona e rilassata vacanza, e perché no, “intellettualmente” trasgressiva)
 


unione terra ed acqua400

Peter Paul Rubens (1577-1860) - Unione della Terra con l'Acqua

 

Redatto da: DomusLaurentii alle ore 18:12 P.link commenti (80)
categoria:etica, religione, filosofia

martedì, 17 giugno 2008
L'eutanasia letteralmente vuole dire “buona morte” (dal greco ευθανασία, composta da ευ-, bene e θανατος, morte), è un termine nato per designare una morte eroica, consapevole.
Oggi, questo termine provoca un dibattito sempre molto acceso e molto radicale, coinvolge coscienze e media e la discussione fa dividere in due grossi movimenti  intellettuali: laici e cattolici, in un inviluppo che stenta a trovare una via d'uscita, mentre i casi critici sono sempre più frequenti, perchè il bisogno della morte a causa "della scienza della vita" è diventato sempre più esigenza di Non-sofferenza.
In questi ultimi tempi, il tema ritorna spesso di attualità, perché collegato allo sviluppo tecnologico nel campo medico/terapeutico, o meglio all’estremizzazione della terapia d' intervento sul paziente: il cosi detto “accanimento terapeutico”.
 
Mi ha colpito molto, a proposito, la lettura di un articolo sul Sole24ore del Cardinale Martini, che ribadiva il concetto, anche rispetto a molti religiosi integralisti, della necessità di distinguere tra "eutanasia e astensione dall’accanimento terapeutico".
E a proposito riferiva di un passo del Catechismo della Chiesa Cattolica, dove si dice “evitando l’accanimento terapeutico non si vuole…procurare la morte: si accetta di non poterla impedire”.
 
Ecco secondo me la chiave di lettura di questo confronto sempre acceso.
È doveroso che si debba trovare un formula che non legalizzi di fatto l’eutanasia, ma che la depenalizzi.
È necessario che anche davanti alla morte l’individuo sostenga la sua autonomia, e la sua scelta di vivere o meno.
Se non è reato tentare di togliersi la vita, è necessario trovare una soluzione nell’ aiutare a togliere la vita, di chi ne ha bisogno, quando esistano chiaramente delle condizioni estreme di sofferenza.
Chi non ce la fa più, penso che abbia il diritto di uscire di scena.
Se la vita diventa insopportabile, perchè eccessivamente dolorosa, persino il credente ha diritto di credere che la misericordia di Dio, preveda anche questo.
Come si concede il dovere ad esseri umani (medici) di evitare la morte (manipolazione di un evento naturale), si dovrebbe avere il diritto di non impedire la morte.
 
È materia complessa, che necessita un' attenta analisi e una rapida soluzione, una delle quali sicuramente efficace potrebbe essere il testamento biologico.
Certamente, non possiamo che dire…la vita appartiene a noi, e dobbiamo essere sempre in grado di scegliere se viverla o no…
Se la vita è un dono, deve essere vissuta come tale, e come dono infatti…quando sopraggiunge una sofferenza troppo forte, la vita perde del suo significato.
Che ne pensate…?
Parliamone….



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(immagine presa dal web)

Redatto da: DomusLaurentii alle ore 00:37 P.link commenti (37)
categoria:etica, psicologia, diritto, riflessione

mercoledì, 28 maggio 2008
Essere felici è possibile, questo è il baricentro del pensiero di Epicuro.
 
[Epicuro nasce a Samo il 341 a.C., nel 306 a.C. dopo alcune residenze in vari luoghi greci, fonda una scuola ad Atene, in una proprietà chiamata giardino, e qui accetta, a differenza alle altre scuole filosofiche, donne e schiavi.
Muore nel 271 a.c. tra atroci sofferenze, che cerca di vincere grazie ai suoi principi e con l’aiuto del vino]
 
In una epoca di edonismo sfrenato, la filosofia epicurea, potrebbe essere attuale?
Attenzione però, non dobbiamo cadere nell’equivoco che edonismo e piacere possono portarci relativamente al suo pensiero.
Andiamo a vedere quali sono i concetti chiave del suo messaggio: il piacere è a porta di mano.
 
Ricercare la felicità
Per Epicuro la filosofia è un medicamento, una terapia che serva per arrivare alla felicità, per essere felici bisogna prima di tutto liberarsi dalle opinioni irragionevoli, quelle che turbano l’animo, come per esempio l’idea sugli dei: è sbagliato pensare che gli dei ci osservano e ci giudicano, essi in effetti non si preoccupano di noi e del nostro agire, siamo solo noi a decidere quello che succede sulla terra.
 
Non temere la morte.
La cosa che temiamo di più è la morte, ma questo terrore è soltanto illusione: noi siamo fatti di atomi e con la morte gli atomi, che sono eterni, non scompaiono, solo il nostro organismo si disintegra, e poiché il legame con il mondo esterno avviene solo tramite esso, attraverso le sensazione che il corpo trasmette, quando non esiste più il corpo scompaiono anche le sensazioni:”quando ci siamo noi la morte non c’è e quando c’è la morte, non ci siamo noi.
 
Sopportare il dolore.
Non è masochismo il pensiero di Epicuro, perché il dolore non è mai buono e quindi non va ricercato.
È solo necessario tollerarlo.
È necessario convincersi che i dolori che durano sono sopportabili e più intensi non durano, o perché finiscono o e perchè ci portano in fretta alla morte.
 
Limitare i desideri.
Cercando il piacere, ed evitando il dolore, potremmo essere felici e raggiungere l’”atarassia” (assenza di turbamenti).
È necessario individuare i desideri necessari e non ricercare quelli illimitati, senza necessità vitale, come la ricchezza o il potere, e la dipendenza dal lusso e dalle raffinatezze.
Basta insomma possedere poche le poche cose che sono necessarie al nostro corpo per stare bene.
 
 
Coltivare l’amicizia.
Non esiste nulla di più profondamente umano e dolce dell’amicizia. Il piacere delle discussioni, delle risate e dei momenti condivisi con le persone che ci sono care.
 
 
Questi sono i cardini del pensiero di Epicuro, come secondo voi, e quali secondo voi di questi potrebbero essere presi come spunto di applicazione per un saper vivere, oggi, e/o secondo le vostre particolari visioni ed esperienze?
 
Parliamone…



epicuro pompei


Napoli - Museo Archeologico Nazionale
Scena di consultazione magica, mosaico proveniente da Pompei (Villa di Cicerone).Nazionale
Scheletro con brocche (mosaico)
Soggetto che si ispira alla filosofia epicurea 
Napoli - (Museo Archeologico Nazionale)
Teschio con i simboli della vita e della morte
 
 
 
Redatto da: DomusLaurentii alle ore 15:59 P.link commenti (33)
categoria:filosofia, riflessione

venerdì, 16 maggio 2008
Possiamo fare a meno di tradirci e di tradire?
 
Il tradimento ripugna alla nostra coscienza di “puri”, ma è una esperienza ineluttabile, afferma Aldo Carotenuto, in un suo saggio sul tema di qualche anno fa.
 
Ogni individuo è consegnato all’imperativo, iscritto nella stessa dinamica evolutiva della psiche, di emanciparsi da tutto ciò che lo mantiene fedele a una immagine di sé che non gli corrisponde, e che risponde invece alle richieste dell’ambiente sociale o al desiderio dei suoi interlocutori.
 
Ma fedeltà a chi?
Al nostro partner, a noi stessi?
Nella maggior parte dei casi si è fedeli solo a precetti morali, o perché condizionati da forme educative tradizionali..
In particolare le morali religiose hanno contribuito a creare una attesa della “fedeltà” in termini molto severi.
 
Elogio alla infedeltà, allora?..ma no..
 
Ma è vero pure che inneggiare alla “fedeltà” così concepita significa avallare un sistema che considera come bene, il fatto che un essere umano viva in contraddizione con i propri desideri.
 
E che spesso essere “fedeli” verso l’altro, vuol dire essere “infedeli” verso se stessi.
 
L’amore è un patto magico, teorema in certi versi irrisolto, i cui connotati, sono stati oggetto di migliaia di migliaia di saggi e romanzi, senza alla fine trovarne “la chiusa”, ma resta il fatto che spesso nella definizione di fedeltà entra il concetto di “possesso”, e la nostra società ha a tal punto legalizzato questo concetto del possesso del partner, che si finisce per dimenticare che ogni essere umano appartiene a se stesso prima che a chiunque altro.
E questo appartenere a se stessi è poi la vera garanzia di una completa e integrale complicità/condivisione con l’altro, della possibilità che poi possa esistere sul serio l’“amore”.
 
Fedeltà…o infedeltà…che siano…
Grazia o peccato che siano….
Ma dove comincia veramente l’infedeltà?
 
Può essere considerato fedele chi resta tutta la vita accanto alla moglie (al marito) pensando alla vicina (al vicino) di casa, o  alla collega (collega) ecc..?

[per essere precisi come sottolineato nel mio intervento, è meglio dire]
 (
Può essere considerato fedele chi resta tutta la vita accanto alla moglie/compagna/fidanzata (al marito/compagno/fidanzato) pensando alla vicina (al vicino) di casa, o alla collega (collega) ecc..? )

o per meglio dire, e generalizzando sulla natura del legame di coppia

L’infedeltà inizia quando si passa all’azione, o nel momento in cui si desidera?
 
Parliamone...

NdR
[questa nuovo tema non determina la chiusura  della discusione precedente, che continua simultaneamente, grazie a voi gentili ospiti...]




allegoria amore infedeltà 600

“L’allegoria dell’amore: l’infedeltà”
(1570) (National Gallery London)
dipinto del Veronese (Paolo Caliari) 1528-1588

 

Redatto da: DomusLaurentii alle ore 22:45 P.link commenti (86)
categoria:psicologia, psicanalisi

venerdì, 25 aprile 2008
Una formula che quasi ogni giorno, si sente ripetere più di una volta, una formula d’obbligo e banalizzata dalla consuetudine.
 
Ma è una formalità o un contenuto?
 
Ma al di là di una risposta fuggevole, o scontata….cosa vuole dire stare bene veramente.
 
Per molti “star bene” vuole dire avere una vita normale, ma cosa vuole dire normale?
 
Ma soprattutto al di là delle pure condizioni di alcune situazioni professionali, di seri problemi di salute, o di eventi quotidiani di particolare rilevo…(il cui affrontarne l’evento, è sempre condizionato da una corteccia di difesa psicologica, richiede sempre una risposta sui generis)…cosa fa pensare di “stare bene”?
 
Non affrontiamo in questo momento il particolare problema del concetto di felicità, che è un livello molto più articolato e sovversivo del nostro status…
 
Ma restiamo sul “nostro star bene" quel provare un senso di benessere con se stessi e con gli altri
 
Secondo me lo “star bene” è quel qualcosa che ha che fare con la nostra percezione delle cose, nei termini temporali degli eventi e del nostro rapporto spazio tempo, o meglio:
  • essere in pace con il passato (non avere rimpianti/rimorsi)
  • apprezzare il presente (non essere lacerati da conflitti)
  • non temere il futuro (la speranza è la più bella scoperta degli esseri umani)

Questo fondamentale patrimonio sensitivo temporale deve essere accompagnato, seguito o preceduto che sia, dalla capacità di condividere emozioni e scambiarsi pensieri, ovvero servirsi della parola per comunicare, per proteggerci, per interrogarci per provocarci in quel incanto che è la conoscenza e il chiarimento, avere quella capacità interattiva con gli altri, tale da saperne percepire i sentimenti, senza necessariamente condividerli, ovvero avere empatia, e accedere così al piacere degli scambi e della fiducia, sapersi aprire, per aprirsi, insomma…saper vivere il rapporto, attraverso la sensorietà del corpo e della mente..parlarsi con responsabilità e responsabizzandoci…tramite la solidarietà, tramite il parlare per ascoltare…
 
Stare tra la gente, con la gente e viverne la parola, i pensieri, le opinioni, i dubbi.
 
Quindi lo star bene è un effetto localizzato, intimo, personale, che richiede però una capacità interattiva benevola con gli altri, nei due flussi direzionali.


star bene

(immagine presa dal web)

Redatto da: DomusLaurentii alle ore 00:08 P.link commenti (65)
categoria:psicologia